L’integrazione delle competenze etnoculturali nella prassi dello psicologo forense rappresenta un requisito metodologico fondamentale e basilare per poter garantire l’imparzialità e l’efficacia delle valutazioni peritali, in particolar modo nell’ambito dei procedimenti giudiziari che coinvolgono i nuclei familiari di origine marocchina.

Un ponte tecnico e interpretativo per il magistrato

Nei contesti di diritto di famiglia, della tutela dei minori o della valutazione della capacità genitoriale, la figura dello psicologo forense opera come un vero e proprio ponte tecnico e interpretativo fondamentale per il magistrato, decodificando le dinamiche relazionali che, se lette esclusivamente tramite un prisma monoculturale occidentale, rischiano purtroppo di essere gravemente travisate e quindi di avere delle conseguenze molto importanti.

Il quadro culturale marocchino

La cultura marocchina, fortemente strutturata su valori di tipo collettivista, principi d’onore, gerarchie familiari tradizionali e specifiche concezioni della genitorialità e del pudore, influenza direttamente le modalità di manifestazione del disagio psicologico, le strategie di coping e la disponibilità alla sottomissione alle istituzioni peritali.

Il doppio rischio: patologizzare o sottovalutare

Senza un’adeguata e approfondita alfabetizzazione transculturale, lo specialista corre il rischio di patologizzare dei comportamenti normativi per la cultura d’origine, come per esempio il coinvolgimento della famiglia allargata nella risoluzione dei conflitti o le specifiche modalità espressive del lutto e del trauma, o invece, al contrario, di arrivare a sottovalutare indicatori di rischio reale, scambiando forme di violenza endofamiliare per condotte culturalmente accettabili.

Dall’istruttoria alla valutazione peritale

L’intervento di uno psicologo forense culturalmente competente si rivela dunque determinante sia nella fase istruttoria sia in quella valutativa, poiché consente di formulare quesiti peritali privi di bias etnocentrici, di calibrare gli strumenti diagnostici e i colloqui clinico-forensi sulle specificità linguistiche e relazionali del nucleo, e di restituire alla corte una lettura deontologicamente fondata e rigorosa che tuteli primariamente il superiore interesse del minore e il diritto delle parti a un equo giudizio.